Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne

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Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne
Beppe Sebaste

Laterza, 2008

Prezzo: 9,50 €


 

Era un po’ di tempo che giravo intorno a questo libro ma avevo paura di una delusione. Poi ho preso il coraggio a due mani e l’ho preso.

Il libro è invitante, piccolino, di quelli che puoi mettere nella borsetta. Il colore verde predominante ispira tranquillità. Il titolo è ispirato/ispirante: Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne.

Non sono arrivata nemmeno a pagina 20 che ho già messo diverse orecchie sulle pagine (si, sono una di quelle che fanno le orecchie sui libri. Lo ammetto. Il fatto è che odio sottolineare un libro e perdo sempre i segnalibri anche se ne ho un centinaio. E poi le orecchie danno al libro un’aria vissuta ma non troppo. Le mie sono piccole piccole, in alto sulla pagina, non disturbano e non fanno spessore).

[…] sulla mia panchina mi sentivo vivo e presente. È il potere delle migliori panchine, quando sono ben situate. Una buona panchina fa sentire al riparo chi vi si siede, e fa apparire il suo ozio come un’attività non soltanto legittima, ma di qualità superiore, da intenditore – un po’ come quando al ristorante uno ordina un piatto molto semplice e il cuoco gli fa capire di considerarlo un buongustaio […]. Una panchina perfetta è come una piega del mondo, non un luogo nascosto ma una zona franca, liberata o salvata, dove semplicemente sedersi è già in sé una meditazione”.

Per molti, che a stare seduti su una panchina provano imbarazzo, è l’immagine della provvisorietà, della precarietà, forse del declino. Stare in panchina, nel lessico attuale, è il contrario dello scendere in campo. Ma la panchina è l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo  gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città e lo spazio. La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata. È il margine sopraelevato della realtà, vacanza a portata di mano. È anche il posto ideale per osservare quello che accade. […]

Sulle panchine si contempla dunque lo spettacolo del mondo, si guarda senza essere visti e ci si dà il tempo di perdere il tempo, come leggere un romanzo”.

Questo rappresentano le panchine. E molto di più.

Meditazione, dunque, vacanza, libertà, vita nel senso più pieno del termine.

Ma anche simbolo politico, da quando sulle panchine siedono i “poveri”, e cioè gli anziani, gli extracomunitari, i disoccupati, coloro che vivono al margine della società, e quindi sono state messe al bando dalle varie amministrazioni comunali (di destra e di sinistra) che in diverse città hanno deciso di eliminarle, segarle, renderle scomode con sedili che impediscano di distendersi.

Valore gratuito, come non ce ne sono altri, in una società così consumistica che apprezza una sosta all’aperto solo se accompagnata da un caffè, un aperitivo, da una consumazione, insomma, che confermi il proprio status di clienti a tempo pieno.

Luogo di aggregazione? Si, ma solo per quelle persone che, come dicevamo, vivono fuori dai margini (“non c’è niente di meno marginale della questione dei margini”). Eppure solo pochi anni fa le panchine erano davvero il fulcro della vita di adolescenti e giovani che sapevano sempre dove trovarsi anche se non erano forniti di cellulari.

In fondo, vengo da una cittadina in cui quando ci si incontrava con una faccia nuova le si chiedeva: “ma tu a quale panchina appartieni?”, identificando la panchina con l’idea stessa di gruppo, comitiva. Non so se ancora oggi i ragazzi lo facciano, oppure se anche lì il bar, la sala giochi, il pub, la gelateria abbiano del tutto sostituito l’ultima possibilità di aggregazione gratuita rimastaci.

Le panchine che sento più mie?

I momenti di pace più intensi li ho provati su una panchina del lungomare, con un libro in mano, abbandonato solo per perdere per qualche istante lo sguardo all’orizzonte lasciandosi trascinare dai pensieri. Sceglievo la più isolata possibile (“alla ventiquattresima”, ultima traversa del lungomare di Terracina) per non essere disturbata dal passeggio o dal traffico di macchine e là ho preparato molti esami universitari a primavera e in autunno.

Poi c’è stata quella che io e Alessandro sceglievamo per passare le due ore e mezza (!!) di pausa pranzo al laghetto dell’Eur. L’avevamo soprannominato il nostro “angoletto zen”, perché assomigliava molto a uno di quei giardinetti con fontane dei monasteri buddisti. Aveva alle spalle una piccola montagnola di terra con delle scalette, era circondata da alberi e cespugli ed era vicino a una delle fonti che ricambiano l’acqua, per cui era piuttosto isolata e rilassante, anche grazie al rumore dell’acqua di sottofondo.

Poi ho abitato in un condominio con un giardino interno, con molti alberi e… panchine! Non ho visto mai nessuno sedersi là e penso che nessuno abbia nemmeno mai fatto caso al fatto che io invece ci andavo spesso. E poi in realtà le consideravo un po’ mie, in quanto, abitando al primo piano, le mie finestre e i miei balconi si affacciavano direttamente su quelle panchine.

E ora invece non ce l’ho una panchina. Ho provato quelle del paese in cui mi sono trasferita da poco, ma ancora non ho eletto la mia preferita. La ricerca continua!

Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirneultima modifica: 2008-09-24T12:53:00+02:00da il_cercat0re
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Un pensiero su “Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne

  1. Dev’essere un bel libro. Per caso conosci Licia Troisi?
    Ti consegno un'”Invito al Colosseo”. Potrai assistere al primo spettacolo dei tre previsti visitando il mio blog: la lotta tra il cacciatore Spittara e il leopardo Victor. Chi vincerà?
    Ciao e Buona Giornata 🙂

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